Quando il patrimonio non basta per essere sereni: il vero valore della protezione
Molti risparmiatori considerano il proprio patrimonio come una forma di autoassicurazione: un serbatoio che fa sentire al sicuro perché appare sufficientemente capiente da far fronte a tutti gli imprevisti della vita.
Non a caso, secondo un’indagine Consob pubblicata nel 2023, il 45% degli italiani dichiara di risparmiare proprio per “far fronte a eventi imprevisti”. Una percentuale che resta elevata – intorno al 43% – anche fra i redditi elevati. Accumulare risorse sul conto corrente o in titoli a brevissima scadenza è il riflesso di questo orientamento mentale. A fine 2025, in Italia, erano accumulati sui conti correnti 1.869,2 miliardi di euro.
Mettere da parte risparmio pronto a ogni evenienza è comprensibile, anzi: la costruzione di un fondo di emergenza rappresenta sempre il primo passo di una corretta pianificazione.
In genere si fa riferimento a una riserva di liquidità pari a circa sei mesi di spese correnti, prima di iniziare a investire. Andare molto oltre questa soglia, però, comincia a presentare limiti evidenti. La liquidità, per sua natura e in un contesto di inflazione non più trascurabile, tende a perdere valore nel tempo. Il secondo limite è più sottile, ma potenzialmente più grave: per alcuni rischi, anche patrimoni consistenti possono rivelarsi insufficienti o comunque inefficienti se utilizzati come unico strumento di protezione.
È qui che entra in gioco l’assicurazione non solo come copertura economica, ma anche come forma di peace of mind: la possibilità di mettere al riparo il patrimonio da eventi che, pur poco probabili, avrebbero un impatto molto elevato sulla vita personale e famigliare.
Ma quali sono i bisogni assicurativi che più spesso vengono sottovalutati?
Uno dei più rilevanti è quello legato alla non autosufficienza in età avanzata. È un rischio che cresce con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e che può incidere in modo profondo non solo sui conti, ma sull’equilibrio complessivo della famiglia. In Italia, i costi della non autosufficienza variano sensibilmente in base alla modalità di assistenza scelta. Secondo i dati della Fondazione Gimbe, le rette delle Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa) si collocano mediamente tra i 2.000 e i 4.000 euro (1) al mese, con differenze marcate tra strutture pubbliche e private. Di questi costi, circa la metà è coperta dal sistema sanitario regionale, mentre la parte restante – la cosiddetta quota sociale o alberghiera – resta a carico dell’assistito o della famiglia, salvo eventuali contributi comunali legati alla situazione economica.
L’alternativa più frequente è l’assistenza domiciliare, spesso affidata a un operatore di assistenze regolarmente assunto. In questo caso, il costo annuo può oscillare tra i 18.000 e i 20.000 euro, a cui vanno aggiunti vitto, alloggio, contributi e la gestione dei periodi di ferie e riposo, che richiedono un’ulteriore organizzazione familiare. Esistono anche forme di assistenza domiciliare integrata, con costi più contenuti – intorno ai 1.500 euro al mese – ma si tratta di servizi limitati nel tempo e non sempre adeguati alle situazioni di maggiore complessità (2).
Accanto ai costi diretti, vanno considerati quelli indiretti: la rinuncia o la riduzione dell’attività lavorativa di un familiare che si fa carico dell’assistenza, con conseguenti perdite di reddito e un impatto negativo anche sulle future prospettive pensionistiche. Il quadro è reso ancora più delicato dal fatto che, a partire dal 2010, la spesa sanitaria pubblica pro capite ha intrapreso una traiettoria discendente, mentre quella privata è cresciuta in modo costante. Una tendenza che evidenzia quanto sia sempre meno sostenibile affidarsi esclusivamente al Sistema sanitario nazionale e rafforza la necessità di strumenti assicurativi pensati per coprire i grandi rischi, come le malattie gravi o croniche e la non autosufficienza prolungata. In questo ambito esistono soluzioni specifiche, come le polizze Long Term Care, ancora poco conosciute ma presenti da tempo sul mercato
Il nodo della salute si estende anche oltre il tema della non autosufficienza, essendo una delle fonti di spesa non pianificata più rilevanti per le famiglie non adeguatamente protette.
Non è un caso che, quando si prova a prenotare una visita specialistica o un esame diagnostico al di fuori del Servizio sanitario nazionale, la prima domanda che viene posta sia spesso la stessa: “è assicurato?”.
Le ragioni di questa dinamica affondano le radici in un’evoluzione strutturale del sistema. Secondo i dati OCSE raccolti in Health at a Glance 2024, tra il 2015 e il 2022 l’Italia è l’unico grande Paese ad aver ridotto la quota di spesa pubblica destinata alla sanità.
Un trend che ha progressivamente spostato il peso delle cure sulle famiglie. I dati IVASS mostrano che la spesa sanitaria out of pocket – sostenuta direttamente dai cittadini – vale oggi circa l’1,9% del Pil, con un picco al 2,1% nel periodo 2020–2022, e rappresenta il 22,3% della spesa sanitaria nazionale. A fronte di questi numeri, la quota di spesa intermediata attraverso strumenti assicurativi resta ancora marginale.
Le conseguenze sono sempre più evidenti. Nel 2024, secondo l’Istat, un italiano su dieci ha rinunciato negli ultimi dodici mesi a visite o esami specialistici. Le cause principali sono le lunghe liste d’attesa (6,8%) e le difficoltà economiche nel sostenere il costo delle prestazioni (5,3%). Un dato in forte crescita rispetto al 2023 (7,5%) e ancor più rispetto al periodo pre-pandemico (6,3% nel 2019), che segnala l’affanno del sistema pubblico e una crescente esposizione finanziaria delle famiglie.
In questo contesto, le polizze salute mostrano una dinamica di crescita sostenuta: nel 2024 la raccolta premi delle imprese vigilate da IVASS ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro, in aumento del 12,1% sull’anno precedente, incremento che sale al +12,7% nei primi nove mesi del 2025.
Per chi dispone di un patrimonio rilevante, la questione non riguarda soltanto l’accesso alle cure, ma la capacità di evitare che spese sanitarie ricorrenti o improvvise – diagnostica avanzata, interventi, riabilitazione, invalidità – si trasformino in una fonte strutturale di erosione del reddito e della ricchezza. In quest’ottica, le soluzioni assicurative possono essere calibrate in modo selettivo: ad esempio concentrandosi sulle patologie più gravi, seppur meno frequenti, contenendo i premi e mantenendo un approccio out of pocket per gli eventi più ordinari e prevedibili. In alternativa, è possibile optare per coperture più ampie, che includano servizi accessori di alto livello, riducendo l’incertezza e aumentando il senso di tranquillità complessiva.
Un secondo ambito spesso sottovalutato riguarda la protezione della casa e del patrimonio immobiliare. In un Paese come l’Italia, dove una parte significativa della ricchezza delle famiglie è concentrata negli immobili, (3) la copertura assicurativa contro eventi estremi resta sorprendentemente poco diffusa.
Secondo i dati Ania più recenti, solo il 6% delle abitazioni italiane è coperto da una polizza contro le calamità naturali. Un dato particolarmente allarmante se confrontato con quanto accade in altri Paesi europei: in Francia e in Spagna, grazie a sistemi assicurativi integrati pubblico-privati, la copertura supera il 90% delle abitazioni; in Germania è oltre il 50% (4)
Eppure, l’Italia è tra i Paesi europei più esposti al rischio idrogeologico e sismico (5). Alluvioni, frane, grandinate e terremoti colpiscono con sempre maggiore frequenza anche territori che in passato erano considerati relativamente sicuri. Nonostante questo, la percezione del rischio resta bassa: secondo un’indagine Cerved del 2024, solo un italiano su tre ritiene “molto probabile” che la propria abitazione possa subire danni da eventi naturali. Per la maggioranza, il tema resta lontano o viene semplicemente rimosso.
Il problema è che, in caso di eventi estremi, il risparmio precauzionale difficilmente è sufficiente a coprire i costi di ripristino, soprattutto quando il patrimonio immobiliare rappresenta una quota rilevante della ricchezza complessiva.
Lo si è visto ripetutamente in aree esposte come la Romagna, dove la forza degli eventi naturali è tornata a colpire anche dove si era appena ricostruito. I cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza degli eventi catastrofali invitano quindi a ripensare la diffusa aspettativa che sia lo Stato a intervenire in modo risolutivo, valutando invece strumenti di protezione capaci di trasferire il rischio anziché concentrarlo interamente sul patrimonio familiare.
Anche l’introduzione, nel 2025, dell’obbligo assicurativo contro le calamità naturali per le imprese va letta in questa direzione.
Un terzo grande tema riguarda il rischio di una scomparsa prematura, sia in ambito familiare sia imprenditoriale. In molte famiglie e in molte imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, il benessere finanziario e la continuità dei flussi di reddito dipendono in misura significativa da una sola persona. In ambito aziendale si parla di key man: l’imprenditore fondatore, il socio di riferimento, l’amministratore che ha costruito nel tempo relazioni commerciali e competenze difficilmente sostituibili nel breve periodo.
Se questa figura viene improvvisamente a mancare, l’impatto può essere rilevante: calo del fatturato, difficoltà nel riassetto organizzativo, tensioni finanziarie proprio nel momento in cui l’azienda avrebbe bisogno di risorse per affrontare una fase di transizione.
Le coperture assicurative dedicate consentono di mettere a disposizione un capitale che permetta di gestire questo passaggio, dando tempo all’impresa di riorganizzarsi e di affrontare il ricambio generazionale senza comprometterne la stabilità.
Un ragionamento analogo vale anche per alcune famiglie. Nuclei in cui il reddito principale è concentrato su un solo percettore, magari in presenza di mutui o di figli ancora in fase di studio, possono trovarsi improvvisamente esposti a difficoltà rilevanti in caso di morte prematura. Le polizze temporanee caso morte (Tcm) consentono di garantire agli eredi un capitale predeterminato, offrendo una protezione immediata che permette di preservare il progetto di vita familiare anche di fronte a eventi drammatici.
In tutti questi casi, il punto non è “assicurarsi per tutto”, ma interrogarsi per tempo sui rischi che possono mettere in discussione l’equilibrio patrimoniale e familiare. È questo il senso di una consulenza finanziaria che non ragiona per compartimenti stagni – fisco da una parte, investimenti dall’altra, assicurazioni altrove – ma costruisce una visione unitaria che tiene insieme persone, famiglia e beni in un orizzonte di lungo periodo.
A reclamare questa evoluzione dei servizi sono le stesse preoccupazioni esplicite della clientela private. Secondo le rilevazioni AIPB, oltre la metà dei clienti indica la salute come principale fonte di apprensione per il futuro, mentre il 23% teme di non riuscire a mantenere il tenore di vita nella fase pensionistica. E circa il 68% si dichiara disponibile a parlare di protezione con la propria banca.
Resta tuttavia un punto critico: molti clienti con patrimoni rilevanti continuano a ritenere che la ricchezza accumulata sia di per sé sufficiente a coprire la maggior parte dei rischi. In media, oltre i 12% del patrimonio resta allocato in forma liquida. Una scelta che, in un contesto di inflazione più elevata, comporta un costo crescente in termini di potere d’acquisto. Il rendimento a cui si rinuncia mantenendo risorse in liquidità potrebbe, in molti casi, coprire il costo di premi assicurativi mirati a trasferire i rischi più rilevanti, liberando al tempo stesso capitale per investimenti di lungo periodo (6).
È qui che la protezione diventa una leva di efficienza, non un semplice costo. Una corretta integrazione tra coperture assicurative e strategia finanziaria consente di misurare quanta liquidità sia realmente necessaria per la gestione degli imprevisti e quanta, invece, possa essere investita in modo più produttivo grazie a una maggiore sicurezza sui grandi rischi.
Operativamente, la protezione viene letta lungo tre dimensioni della ricchezza: il capitale umano, il capitale reale e il capitale finanziario intergenerazionale.
Il filo conduttore resta lo stesso: quando la protezione è costruita sulla conoscenza approfondita del cliente e inserita nella pianificazione complessiva, diventa uno strumento che mette ordine, migliora l’efficienza e difende nel tempo continuità, serenità e libertà di scelta.
1. Fondazione Gimbe, Rapporto sulla Non Autosufficienza, Ottobre 2025
2. Fondazione Gimbe, Rapporto sulla Non Autosufficienza, Ottobre 2025
3 Analisi Istat con Banca d’Italia, pubblicata il 28 gennaio 2026
4.Audizione ANIA al Senato della Repubblica - Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo - Presidente Giovanni Liverani, Giugno 2025
5. ISPRA, Rapporto 2024 su “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio”
6. AIPB, 2024 “Il valore del Private Banking per la protezione delle famiglie”
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